Click 102 – I gabbiani sono furbi

  • 30 Ottobre 2019

A Trieste siamo soliti leggere alcuni volumi nei quali vengono raccontate maldobrie, cioè eventi, forse veri, forse inventati, accaduti un secolo fa e aventi per protagonisti quasi sempre uomini di mare abitanti lungo le coste che vanno da Trieste alla Dalmazia. Uno degli episodi che ho riletto in questi giorni è “Cocai di pupa”, cioè “Gabbiani a poppa”: viene raccontato come si viveva nei mesi estivi del 1914, caldi non solo per la stagione, ma anche perché si sentiva nell’aria l’imminente scoppio della Prima Guerra Mondiale. Partendo dall’osservazione che i gabbiani sono furbi, poiché seguono le navi in viaggio, sicuri di trovare cibo abbondante fra i resti dei pasti che vengono regolarmente gettati a mare, Bortolo, il protagonista della storia, ci narra che le navi capitanate dal Comandante Dundora e dal Comandante Giadrossich avessero avuto l’ardire di avvicinarsi l’una all’altra, nonostante alzassero una la bandiera francese e l’altra la bandiera inglese. In quei momenti, come dicevo, stava per scoppiare la guerra, e nessuno sapeva ancora come si sarebbero formate le alleanze;perciò i due comandanti avevano dato ordine di issare una bandiera falsa che potesse risultare la più neutrale possibile, in modo da poter affrontare il viaggio senza problemi. Ma i due comandanti, impavidi, fecero avvicinare le due navi, poiché avevano notato entrambi che l’altra nave non aveva gabbiani a poppa, e quindi era una nave amica, e precisamente lussignana, in quanto solo gli abitanti dell’isola di Lussino (così narra la leggenda) sono così “attenti agli sprechi” da non buttare nulla a mare e riciclano sempre gli avanzi della cucina. In altre parole, le dicerie su scozzesi e genovesi si adattano benissimo anche agli abitanti della bella isola dalmata di Lussino, patria di gran parte del personale a bordo di tante navi austriache all’epoca dei fatti narrati.

Sì, perché una volta sulle grandi navi passeggeri che attraversavano l’oceano, era inevitabile che avanzi di pasti finissero in mare, vista la vastità della discarica a portata di mano. In realtà la discarica è grande, ma non da poterne abusare all’infinito. Ho assistito nei giorni scorsi ad una conferenza tenuta da rappresentanti dell’OGS, Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, e tra i dati presentati ci sono state delle informazioni preoccupanti. Il mare copre quasi il 71% del Pianeta, che quindi forse si sarebbe dovuto chiamare Acqua, e non Terra, ma andiamo avanti. L’abisso marino massimo è la Fossa delle Marianne, con quasi 11.000 metri di profondità, mentre la profondità media supera i 3000 metri. Ebbene, siccome sotto i 100 metri la visibilità è quasi nulla, alla fine risulta ovvio che della superficie in fondo al mare noi conosciamo pochissimo, neanche il 10%: le terre sono quasi tutte esplorate, o comunque viste con strumenti, mentre non si è ancora riusciti a mappare il mare. Però proprio perché si conosce così poco di esso, dobbiamo stare molto in guardia: complici incidenti, incuria, gestione indiscriminata dei rifiuti, stiamo distruggendo tutto quello che si può, e non ce ne rendiamo conto, perché non lo vediamo. Cercando “disastro petrolifero” con un motore di ricerca, vedo che viene catalogato come tale anche un incidente che provoca la fuoriuscita di qualche centinaio di tonnellate di greggio; ma nel 2010 al largo della Louisiana dal pozzo Macondo sono finite in mare almeno mezzo milione di tonnellate di greggio…

Non è certamente più il caso di buttare a mare nulla, e abbiamo visto che Dundora e Giadrossich, senza saperlo, cento anni fa ce l’avevano suggerito… e non dite che i lussignani sono parsimoniosi: attenti all’ambiente, questo sono!

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